Peste manzoniana, corona virus e piccolezze umane

02/03/2020 16:21

Dopo questa prima settimana “virale” (facile ma irresistibile il doppio senso per un uomo di comunicazione), finalmente – benché timidamente – vedremo al bar e in ufficio, sui quotidiani, al TG e sui social allargarsi l'orizzonte dei temi in agenda. Tra il tanto – e troppo – che si sta dicendo e scrivendo sul COVID-19, numerose anche le citazioni letterarie e tra queste il capitolo 31 dei Promessi Sposi, dedicato alla peste di Milano del 1630, che merita forse il premio per il maggior numero di menzioni.
Io, dal canto mio, vorrei partecipare alla querelle culturale con un piccolo contributo, sempre tratto da quello stesso capitolo. In un passaggio colmo di rimandi a fonti storiche, il Manzoni esamina, tra i molti altri, anche un aspetto delle reazioni umane davanti a simili emergenze che potremmo definire complementare, ma non per questo di minor peso e impatto. Un'analisi che abbraccia anche aspetti sociali, politici e istituzionali e che permette al lettore di superare il semplice nesso tra forcone e tastiera o tra grida e diretta Facebook.

Il titolo del frammento potrebbe essere: Come recuperare la propria autorevolezza, perduta a causa di una collettiva diffidenza verso le istituzioni, adottando pratiche anti-scientifiche e assecondando superstizione e pregiudizio.
Siamo a pagina 592 dell'edizione del 1840 (Qui su WikiSource). In grassetto le porzioni di testo essenziali per facilitare la lettura. I filologi o gli amanti del genere possono leggere il testo integrale.

Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all’università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d'altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s’aggiungeva quella della vita, e all’ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover’uomo partecipava de’ pregiudizi più comuni e più funesti de’ suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere. Eppure quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l’opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non potè salvarlo dall’animosità e dagl’insulti di quella parte di esso che corre più facilmente da’ giudizi alle dimostrazioni e ai fatti.
Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città
, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d’amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito.

Ora, delle due l'una: Manzoni è stato un grande visionario, tragico profeta della modernità oppure, più prosaicamente, l'umanità è incapace di liberarsi delle proprie meschinità e piccolezze. Fate voi.

 

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