La grande messa in scena

09/06/2015 11:03

Prendo spunto dall’articolo Striscia il giornalista, presidio della verità (Metro Milano, 26 maggio 2015) in cui, a distanza di qualche tempo, si torna sulla questione dell’accusa di simulazione di reato mossa ai due popolari inviati di Striscia la notizia Fabio e Mingo. Il pezzo, firmato da Osvaldo Baldacci, difende “la corretta informazione” e la professionalità dei giornalisti e denuncia un quadro mediatico troppo spesso sottomesso a un’artificiosa “miscela tra informazione e intrattenimento”.

Prendo spunto, dicevo, da quell’articolo per allargare il ragionamento ed evidenziare come la finzione sia oggi carattere costitutivo e primario della nostra televisione.

La televisione è finzione, anzi vera e propria fiction, quando trasmette “Don Matteo”, “Beautiful” o “I Cesaroni”. Ma qui è chiaro a tutti come sullo schermo si muovano attori che mettono in scena dei copioni la cui scrittura coinvolge autori, sceneggiatori e registi. Mentre meno conosciuto è il processo autorale alle spalle di programmi come “Forum”, dove i contendenti sono figuranti che impersonano ruoli ricostruiti sulla base di fatti reali, drammatizzati – più o meno – a nostra insaputa. Un format che è comunque in grado di generare grande suggestione e di suscitare forte senso di partecipazione. Così come “Chi la visto?”, dove l’elemento di drammatizzazione prevale sull’aspetto giornalistico e il confine tra reale e finzione diviene spesso pericolosamente sottile.

Ancora più delicata poi è la questione dei reality in cui, come è noto, lo spirito del gioco vorrebbe i partecipanti interpreti spontanei di loro stessi. In realtà anche qui gli autori intervengono pesantemente e dirigono, in maniera sistematica, i ragazzi, i loro comportamenti e le loro relazioni in base a una complessa architettura (come il canovaccio di una commedia dell’arte) in grado, alla fine, di decidere del successo dell’edizione. 

In ambito talent, per concludere, tutti ci auguriamo che il teleutente medio contemporaneo non sia più così ingenuo da credere, senza almeno l’ombra di un dubbio, allo sguardo esterrefatto di Raffaella Carrà davanti alla tonaca di Suor Cristina. Lei e gli altri giudici di “The Voice” – come si dice – non potevano non sapere!

La televisione quindi è in sé finzione. La sua missione è intrattenere, raccontare delle storie. E per fare ciò impiega oggi numerose diverse modalità. Dagli sceneggiati alla cosiddetta forma giuridica, dai reality alla docufiction, dai talent fino ai vari programmi come “Teen Mom”, “Airport Security” e tutti gli altri scriptati che popolano il palinsesto di DMAX.

Ma la televisione è finzione anche là dove non dovrebbe. A parte il controverso caso di Fabio e Mingo, l’impiego di immagini e filmati di repertorio nemmeno lontanamente riferiti alla notizia che si sta trattando durante il telegiornale di prima serata, sposta i confini della drammatizzazione ben oltre i limiti della deontologia e dell’etica.

In realtà, però, la cosa più di tanto non deve stupirci. Sul piano teorico, i 5 Assiomi della comunicazione, la scuola di Palo Alto e il buon Paul Watzlawick ci ricordano che una comunicazione oggettiva, cioè immune da opinioni personali, è impossibile; se non è proprio finzione o propaganda, almeno è sempre un po’ di parte. Sul piano pratico, invece, la spietata concorrenza tra le reti e una generale superficialità nella fruizione televisiva permettono, in un certo senso, di superare quei confini deontologici ed etici senza troppi sensi di colpa. Infatti, se la vicenda di Fabio e Mingo, anche per ragioni pubblicitarie, ha innescato una grande polemica, i numerosi esempi di foto e filmati non coerenti (per ironia della sorte molto spesso segnalati proprio dal programma di Antonio Ricci) passano sotto silenzio come peccati veniali.

Ora, verrebbe quasi quasi voglia di rassegnarsi a questa ineluttabile falsità universale del mezzo televisivo e rinunciare a riconoscere attendibilità e autorevolezza persino alla premiata ditta Piero Angela e Figlio o a Discovery Channel tutto; ma una via d’uscita invece esiste e ce la indica il web. Tutta l’esperienza e il senso critico che abbiamo acquisito durante le nostre navigazioni in rete; il sano scetticismo, i filtri e i trucchi che abbiamo sviluppato per riuscire a destreggiarci tra le infinite fonti (istituzionali, indipendenti o UGC) che Internet ci rende disponibili, possiamo applicarli anche alla fruizione televisiva per valutarne l’affidabilità caso per caso. Oppure, se abbiamo avuto una giornata pesante e tutto ciò a cui aneliamo è solo l’oblio catodico, allora possiamo abbandonarci a questa grande messa in scena e goderci lo spettacolo. Anche noi, come tutti, senza troppi sensi di colpa.

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