L’inganno della Wilderness
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Corrado Calza | giornalista | Wilderness | turismo sostenibile | Parco Nazionale | #iocomunicando | #noSEO
Quest’anno ho trascorso la prima parte del periodo estivo collaborando con un parco nazionale in Piemonte. Ampie vallate meravigliose, a tratti anche solitarie nonostante la piena stagione, e un mosaico di laghi naturali e artificiali da incantare anche il più longevo e consumato socio CAI.
Dove “salta il camoscio e tuona la valanga” ogni attività viene presentata all’interno di una cornice retorica che fa largo uso di espressioni come: “ciascuno può trovare in montagna la propria dimensione”; “convivenza intelligente tra natura ed esseri umani”; “spostare l’attenzione da se stessi al centro del mondo a se stessi come maglia di una rete che si relaziona con tutti gli altri esseri viventi”; “percepire il privilegio di respirare un’aria diversa, così pura e fine perché nessuno l’ha inquinata”; “paesaggio rurale (che) si unisce agli elementi artistici e religiosi, alle usanze e tradizioni popolari”; “scarsamente antropizzata e per questo selvaggia, forte e misteriosa”; “camminare leggeri lasciare un’impronta più lieve possibile, come la pista di un lupo sulla neve”; “viaggiare slow”; “passo dopo passo, ascoltando la natura”. Fino al suggestivo claim: “Il percorso, non la meta”.
In una parola Wilderness, ma che sotto molti aspetti alla fine si traduce in superficialità, abbandono, incuria.
Col passare dei giorni, infatti, il Parco si rivela gestito con grande approssimazione e quindi non in grado di fornire concretamente al visitatore quell’insieme di servizi che sulla carta promette. Né di superare la naturale avversità dei residenti attraverso la proposta di azioni di promozione, coordinamento e messa in rete a supporto di tutte quelle attività e risorse che, seppure con un ruolo comprimario, sono fondamentali per contribuire a creare un’offerta di eccellenza. Né infine di sfuggire agli obblighi di un radicato sistema clientelare e alle ottusità di una burocrazia farraginosa tutta italiana.
Qui il turista, sopraffatto dalla meraviglia e gonfio di orgoglio nazionale, come troppo spesso accade, si accontenta di quel che trova.
Successivamente mi sono trasferito all’ombra delle Alpi svizzere, nel Vallese, per un periodo di ritiro mistico e ascetico, propedeutico allo sviluppo di un progetto editoriale di qualche pretesa.
Sotto l’egida della croce elvetica, senza se e senza ma, la natura appare chiaramente ancella dell’impresa turistica. Infatti, tra i fondali di un cartone animato di Heidi o della pubblicità di un cioccolato, trovano posto baite di marzapane e chiesette dal tetto in rame aguzzo, conservate e restaurate nel massimo rispetto delle forme originali, accanto a wellness-restaurant-hotel realizzati in cemento armato e finimenti in legno anticato con i vasi di gerani sulle scale anti-incendio; impervie ferrate e arditi percorsi di down-hill; facili sentieri escursionistici, accuratamente segnalati, che attraversano un bosco fitto e antico, ed eco-mostri a uso aquapark termale dai colori urticanti, indifferenti a qualsiasi analisi di impatto ambientale.
Qui, anche il turista più vorace e incivile finisce intimidito dalla ricchezza dell’offerta, dall’ordine asettico e dalla rigorosa pulizia, tanto che non gli è difficile fare buon viso a cattivo gioco davanti a certa architettura improbabile.
Rientrato in città, alla fine di questa lunga estate, conservo un dubbio che ancora mi perseguita.
Ho lavorato al fianco di esperti della montagna e li ho visti accanirsi contro lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali offerte da un territorio sempre più fragile come quello montano. Li ho ascoltati appellarsi ai nobili princìpi del rispetto per la natura, della sostenibilità e del turismo responsabile, della valorizzazione del patrimonio storico, del recupero delle tradizioni, della conservazione della biodiversità, rigettando l’accusa di volersi rivolgere soltanto a una clientela d’élite, a un intellighenzia radical-chic, per altro spesso militante su un piano ideologico più che di una reale coscienza ambientale. Li ho sentiti denigrare i colleghi di altre strutture in altre regioni perché favorevoli a pratiche rivolte a un turismo popolare e far loro i conti in tasca, non senza qualche malcelata invidia e senso di frustrazione.
È qui che il mio dubbio prende corpo. Al di là del caso specifico, non è che dietro tutto questo crescente interesse per la Wilderness si nasconde una scarsa volontà (e capacità) imprenditoriale? Al netto naturalmente dell’endemica insufficienza finanziaria, tutta questa sensibilità per la natura a me sembra tanto un pretesto, un furbo “nondum matura est” ancor più che un rassegnato “vorrei ma non posso”.
Non voglio fare l’ecologista della domenica, quale in realtà sono, ma mi sembra evidente che difendere la natura dal turista “merendero” è ben più difficile che offenderla erigendo infrastrutture tanto monster quanto redditizie. Significa non abbandonarla a se stessa, confidando sull’educazione e la coscienza dei visitatori. È dire “no” quando sarebbe più facile dire invece “sì”.
Accolgo quindi e faccio mie le dichiarazioni di intenti di tutti quegli operatori che vedono in un’offerta turistica al contempo sostenibile e popolare la prossima sfida per il settore. Può apparire un controsenso – e in realtà lo è – specialmente se si ritorna con il pensiero a tutti gli spiacevoli episodi a cui ci è capitato di assistere o di cui abbiamo anche solo sentito raccontare durante questa estate appena conclusa. Ma sarebbe altrettanto sbagliato rinunciare a priori a un obbiettivo così importante e ignorare tutte le buone pratiche già adottate con successo nel nostro Paese.
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